Norme & incentivi

Fotovoltaico: Nuova Zelanda semplifica, l'Italia complica

Il 30 luglio 2025 la Nuova Zelanda ha pubblicato 15 misure per semplificare il fotovoltaico, mentre l'Italia aumenta i costi degli impianti dal 10% al 30%.

Redazione ai ceramica Pubblicato Aggiornato 6 min di lettura Norme & incentivi
Fotovoltaico: Nuova Zelanda semplifica, l'Italia complica
TL;DR

La Nuova Zelanda semplifica il fotovoltaico con allacciamenti in un giorno lavorativo e regole nazionali uniformi; l'Italia complica con linee guida antincendio onerose, vincoli strutturali e idraulici, e ostacoli su CER e agrivoltaico. Per le aziende ceramiche energivore del distretto di Sassuolo questo si traduce in tempi più lunghi e costi aggiuntivi da pianificare prima di investire nell'autoconsumo.

Il fotovoltaico resta la leva principale di decarbonizzazione per le aziende ceramiche del distretto di Sassuolo. Ma la corsa tra i Paesi si vince anche sulla burocrazia. I numeri recenti raccontano un paradosso agli antipodi. La Nuova Zelanda sta semplificando radicalmente le procedure di installazione. L’Italia invece continua ad accumulare vincoli normativi che allungano tempi e gonfiano costi. Un imprenditore ceramico deve decidere oggi un impianto sul tetto dello stabilimento. Capire questa divergenza aiuta a leggere con realismo i tempi e i rischi del proprio progetto energetico.

Il piano neozelandese per semplificare il solare

Il 30 luglio il Ministero per la Regolazione della Nuova Zelanda ha pubblicato i risultati dello studio “Improving the solar installation process”. Lo studio era stato avviato alcuni mesi prima per eliminare la burocrazia nel fotovoltaico residenziale e su piccola-media scala. QualEnergia.it ha riportato la notizia. L’obiettivo dichiarato è ambizioso ma semplice da enunciare. Si tratta di rendere il Paese il luogo più semplice al mondo per l’adozione del fotovoltaico, mantenendo gli standard di qualità e sicurezza.

Il metodo conta quanto le misure. Il ministero ha condotto survey online e interviste a tutti gli stakeholder della catena del valore, analizzando anche le semplificazioni già introdotte da alcuni stati australiani. Il risultato è un pacchetto di 15 raccomandazioni, ciascuna con scadenza entro 18 mesi e con l’Ente o Ministero preposto all’attuazione indicato nominalmente. Niente principi in sospeso: azioni assegnate e datate.

Le proposte principali toccano i punti che nel nostro Paese generano più attrito. I tempi di autorizzazione all’allacciamento da parte delle aziende distributrici passeranno da una media di 10 giorni lavorativi a un solo giorno lavorativo. Le regole sui permessi edilizi verranno uniformate a livello locale, eliminando autorizzazioni urbanistiche superflue, e saranno ridotti i ritardi nell’installazione dei contatori di scambio.

Due misure meritano attenzione anche da un punto di vista industriale. L’ispezione obbligatoria pre-connessione sarà sostituita da ispezioni condizionate al rischio effettivo, alla taglia dell’impianto e alla presenza di installatori accreditati. E saranno legalizzati i kit solari plug-in, i piccoli impianti auto-installabili, come i pannelli da balcone, collegati alle normali prese domestiche. Standardizzare e liberalizzare le tecnologie accessibili abbassa i costi per tutti, senza abbassare la qualità.

L’Italia che complica: gli esempi normativi

Nel frattempo l’Italia percorre la strada opposta, con una stagione involutiva di progressiva complicazione delle norme sugli impianti fotovoltaici. Il primo esempio sono le linee guida antincendio di settembre 2025 dei Vigili del Fuoco per gli impianti su edifici. La sicurezza è un tema legittimo. Ma gli impianti in edifici soggetti a CPI subiscono aumenti dei costi di realizzazione di almeno il 10%, stimati fino al 30%. Gli oneri riguardano pratiche, relazioni tecniche, adeguamenti elettrici e requisiti dei materiali. Anche un semplice condominio con rimessa auto coperta è un edificio soggetto a CPI. In alcuni casi il cliente rinuncia, frenato da interpretazioni ambigue dei tecnici locali.

Secondo esempio: il Parere del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici di ottobre 2025 sulla progettazione degli impianti a terra con inseguimento monoassiale. A differenza del resto del mondo e della stessa Europa, in Italia i sistemi attivi di protezione dal vento non contano per la verifica strutturale. Si applica un criterio pensato per gli edifici a dispositivi meccanici che per natura hanno sistemi di controllo. Un esempio sono le turbine eoliche, dimensionate per andare in blocco al superamento di certe soglie di vento e turbolenza. Cautela e ridondanza applicate ai massimi livelli penalizzano costi e competitività.

Terzo: alcune Regioni applicano rigidamente il principio di invarianza idraulica del suolo del DLgs 190/2024. Considerano erroneamente la superficie dei moduli come una copertura che sigilla il suolo. L’extra costo stimato è nell’ordine di 10-15 k€/MW, con minore potenza installabile per la stessa porzione di suolo.

Infine, all’inizio di agosto la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge sulla tutela degli oliveti destinati a regimi di qualità. Il testo, meno restrittivo della versione iniziale, solleva un dubbio: la disciplina vigente vieta già l’abbattimento degli olivi salvo deroghe eccezionali. Un provvedimento superfluo, più simile a un messaggio politico che a un valore aggiunto normativo.

Ciascun vincolo, preso singolarmente, sembra prudente. Sommato, costruisce un sistema dove ogni progetto fotovoltaico parte con un handicap di costi e tempi.

CER e agrivoltaico: la complessità italiana

Sui meccanismi di autoconsumo diffuso i ritardi sono macroscopici. Dalla direttiva europea RED II del 2019 al decreto CACER del 2024 sono passati cinque anni. Il meccanismo delle Comunità Energetiche Rinnovabili è ancora ai blocchi di partenza. Sono stati installati meno di 500 MW a fronte di un obiettivo di 5 GW al 2027. Germania e Spagna sono cresciute molto più rapidamente. Una delle cause, in Italia, è proprio la complessità di creare una CER o un Gruppo di autoconsumo collettivo.

Poi c’è l’agrivoltaico, definito dal panorama italiano un “papocchio”. Il consumo di suolo agricolo è del tutto marginale, come dimostrato tra gli altri dall’audizione di Gianni Silvestrini al Senato del 1° luglio. Nonostante ciò, il legislatore ha costruito un complesso di norme nazionali e regionali di complessità fenomenale. Le norme nazionali sono il Correttivo Testo Unico FER e il DL 175/2025, quelle regionali i Decreti aree idonee. Questo rende residuale la possibilità di realizzare un impianto fotovoltaico tradizionale a terra. L’agrivoltaico è passato da opzione da valutare caso per caso a obbligo di fatto. Comporta extra CAPEX e OPEX generalizzati e vincoli nel tempo sulle colture sottostanti. Comporta anche una minore potenza installabile per superficie.

Cosa significa per un’azienda ceramica

Per il distretto ceramico la lettura è concreta. Uno stabilimento di piastrelle a Sassuolo o Scandiano è un consumatore energivoro. Forni, presse, linee di smaltatura assorbono elettricità a ritmo continuo. Ogni impianto sul tetto dello stabilimento o in area aziendale riduce l’esposizione ai prezzi dell’energia. Ma la fase autorizzativa è esattamente il punto in cui i progetti ceramici si fermano: pareri antincendio, verifiche strutturali, vincoli regionali. Prima di avviare un progetto, mappare i vincoli autorizzativi specifici del sito è oggi parte integrante del business plan, non un dettaglio posticipabile. I vincoli riguardano la presenza di attività soggette a CPI, la natura del suolo e l’eventuale uso agricolo.

C’è anche un dibattito da fare onesto. Chi difende le nuove regole ricorda che gli stabilimenti ceramici sono edifici industriali complessi, dove l’incendio ha costi enormi, e che la cautela strutturale protegge investimenti da decenni. È vero. Ma chi resta indietro sono le medie imprese del distretto, la parte maggioritaria del tessuto ceramico, con meno risorse tecniche interne dei grandi gruppi che fioriscono attorno a Sacmi e System Ceramics, per le quali ogni extra costo autorizzativo e ogni mese di ritardo rende l’autoconsumo meno conveniente rispetto all’acquisto diretto. E, paradossalmente, la complessità normativa avvantaggia chi può permettersi studi di ingegneria dedicati, allargando il divieto di accesso alle rinnovabili proprio dove servirebbe di più.

Lezioni e proposte

La lezione neozelandese vale per il metodo più che per il contenuto: ascolto preliminare di tutta la filiera, raccomandazioni chiare, responsabili nominati, scadenze brevi. Molti dei temi toccati, allacciamenti veloci, semplificazione edilizia, ispezioni proporzionate, sono già affrontati in Europa con provvedimenti anche in vigore. Il problema italiano non è l’assenza di regole, ma la loro stratificazione contraddittoria.

Un imprenditore ceramico che progetta oggi un impianto da 2 MW sul tetto dello stabilimento deve stimare i costi normativi addizionali italiani come voce di budget, non come eccezione.

Arrivare a essere “il luogo più semplice al mondo per l’adozione del fotovoltaico” resta un obiettivo irrealistico per l’Italia. Ma ambire a un posto tra i primi dieci Paesi sarebbe sufficiente, mantenendo qualità e sicurezza. Questo riporterebbe l’installato annuo in linea con le potenzialità. Darebbe inoltre alle aziende ceramiche del distretto un percorso di decarbonizzazione finalmente prevedibile.

Fonti:

Parliamo del tuo stabilimento

Un assessment con Junto, sui tuoi dati di linea.

Partiamo da un caso alla volta e dai dati che già raccogli (smaltatura, curva di cottura, fine linea) e stimiamo dove un modello recupera scarto o energia. Due settimane, numeri sul tavolo, nessuna piattaforma da comprare a scatola chiusa.